Discorso alla città

Delpini: farsi avanti per curare le ferite

Nel tradizionale Discorso alla città, alla vigilia della solennità di Sant’Ambrogio, l’Arcivescovo ha denunciato le «crepe» che minano la stabilità della società, rilevando che essa non crolla per la responsabilità di tanti uomini e donne di buona volontà che rifuggono da indifferenza e complicità.
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Ogni anno, alla vigilia della festa di Sant’Ambrogio, patrono di Milano, si rinnova nella Basilica a lui dedicata uno degli appuntamenti più significativi per la vita spirituale e civile: il Discorso alla città e alla Diocesi pronunciato dall’Arcivescovo.
La tradizione, che vede riunite autorità civili, rappresentanti della società e cittadini, affonda le proprie radici nella responsabilità del Pastore di confrontarsi con i cuori di chi abita e ama questa metropoli, nella convinzione che ogni comunità possa crescere quando i suoi membri si sentono chiamati a prendersi cura del bene comune.
Quest’anno mons. Mario Delpini ha pronunciato il suo Discorso il 5 dicembre, durante i Vespri votivi in onore di Sant’Ambrogio. Il titolo scelto, Ma essa non cadde. La casa comune, responsabilità condivisa, richiama l’immagine biblica della casa salda e delle crepe che invece la minacciano, simbolo delle fragilità della società contemporanea. È un messaggio rivolto a tutti i cittadini, non solo alle istituzioni: un invito a guardare con attenzione e cura le strutture materiali e immateriali che sostengono la vita della città.
L’Arcivescovo ha parlato con chiarezza delle «crepe» della casa comune: povertà educativa e difficoltà nella trasmissione dei valori, disuguaglianze economiche e sociali, fragilità del sistema sanitario e del welfare, limiti del sistema carcerario, individualismo e capitalismo malato. Queste criticità non sono soltanto un elenco dei mali contemporanei, ma un richiamo a riflettere sul ruolo che ciascuno di noi può avere nel contribuire al bene comune. Non è un invito a scoraggiarsi di fronte alle difficoltà, ma a riconoscere che anche piccoli gesti, se compiuti con costanza e responsabilità, possono diventare segnali di speranza per l’intera comunità.

LA CONVERSIONE PERSONALE
Al centro del messaggio c’è una verità semplice, ma profonda: ogni cambiamento sociale nasce da una «conversione personale ». Prima ancora di proporre soluzioni collettive, l’Arcivescovo invita ciascuno a guardarsi dentro, a chiedersi come il proprio modo di vivere, pensare e agire possa contribuire a rendere la città più giusta, più accogliente, più solidale. Questo invito a farsi avanti e a farsi prossimo è rivolto a tutti: famiglie, giovani, lavoratori, volontari, cittadini ordinari. Nessuno è escluso dalla responsabilità di costruire e custodire la casa comune.
Il Discorso alla città diventa così un momento in cui memoria, fede e impegno civico si intrecciano. Non si tratta di una denuncia sterile né di un semplice appello morale: è un richiamo alla consapevolezza e alla partecipazione attiva, alla capacità di non voltarsi dall’altra parte davanti alle difficoltà, alla povertà, alla solitudine. È l’invito a compiere il primo passo, piccolo ma decisivo, per migliorare la propria comunità.
Molte persone quotidianamente incarnano questo invito: chi accompagna i giovani nella loro crescita, chi lavora con i più fragili, chi difende la dignità delle persone in difficoltà, chi si impegna per la coesione sociale e la solidarietà. Sono storie ordinarie, fatte di gesti concreti, di dedizione silenziosa e di scelte coerenti, che dimostrano quanto la conversione personale possa trasformarsi in un vero contributo alla città.

ESSERE PARTE ATTIVA
Delpini sottolinea che la responsabilità personale non richiede perfezione, ma consapevolezza e coraggio di farsi avanti. È l’idea che ogni cittadino può, con il proprio impegno quotidiano, essere parte della soluzione. La città, così come il mondo, non è costruita da eroi eccezionali, ma da persone normali che scelgono di non restare passive davanti alle difficoltà. In questa prospettiva, le sfide non diventano ostacoli insormontabili, ma opportunità per mettere in pratica valori come la solidarietà, la giustizia e la cura reciproca.
In un tempo in cui le incertezze e le difficoltà sembrano moltiplicarsi, il Discorso alla città ci ricorda che la speranza è reale quando ci si prende cura degli altri. È un messaggio che invita a non temere il cambiamento, ma a prenderne parte attivamente, a costruire giorno dopo giorno una società più equa e umana.
La città non è solo un luogo fisico: è il risultato delle scelte e dei gesti di ciascuno di noi. Ecco perché farsi avanti, assumersi responsabilità e prendersi cura della propria comunità è la via concreta per contribuire a un domani migliore.
In definitiva, il Discorso alla città non è solo un evento liturgico o civico: è un richiamo a vivere con senso di responsabilità e con apertura verso gli altri. È la riaffermazione che la trasformazione sociale parte sempre dal singolo, dal piccolo gesto, dalla disponibilità a incontrare chi è più fragile, a sostenere chi è solo, a condividere speranza e solidarietà.
Ogni cittadino può essere protagonista e ogni azione, anche minima, può contribuire a rendere la casa comune più solida, accogliente e giusta.
È un invito a farsi avanti, oggi e sempre, perché ogni passo conta nella costruzione di un mondo più umano.

Tratto dal numero 1 (Gennaio 2026) di “Fiaccola”