Ordinazioni sacerdotali

Testimoni che «Cristo è tutto per noi»

Sabato 13 giugno, nel Duomo di Milano, l’arcivescovo Mario Delpini ha ordinato dodici presbiteri diocesani e un candidato del Pime, il Pontificio istituto missioni estere. L’omelia è stata un viaggio tra passato, presente e futuro della missione sacerdotale, che rimane quella di «propiziare l’incontro e la sequela di Gesù», rivolgendosi «a tutti coloro che sono smarriti».
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Una mattina di grazia e commozione. Il Duomo di Milano, gremito fin dalle prime ore, ha accolto, lo scorso 13 giugno, l’ordinazione presbiterale di tredici giovani uomini: dodici candidati della Diocesi di Milano, di età compresa tra i 25 e i 36 anni, e un religioso del Pime originario della Diocesi di Lusaka, legato alla Chiesa ambrosiana per l’incontro con sacerdoti fidei donum presenti in Zambia.
A presiedere la celebrazione l’arcivescovo Mario Delpini, affiancato da cinque vescovi – tra cui monsignor Flavio Pace, segretario del Dicastero per la Promozione dell’Unità dei cristiani – e da circa cento sacerdoti concelebranti, tra cui il rettore del Seminario, don Enrico Castagna e il superiore regionale del Pime, padre Mario Ghezzi. Nella Cattedrale stipata di fedeli, parenti e comunità di provenienza, la processione degli ordinandi verso l’altare ha aperto una celebrazione intensa e ricca di significato.

L’OMELIA: L’INADEGUATEZZA COME CONDIZIONE PROPIZIA
Dopo la presentazione degli eletti e il loro emozionato «Eccomi», l’omelia di Delpini è stata un viaggio tra passato, presente e futuro della missione sacerdotale. Con tono affettuoso e quasi ironico, l’Arcivescovo ha osservato che i nuovi preti sono probabilmente meglio preparati dei primi discepoli: sei anni di studi, educatori attenti, un lungo discernimento. Eppure, ha aggiunto, non si sorprenderebbe se anche a loro capitasse di trovare comunità critiche o scontente. La chiave sta nel non interpretare l’inevitabile senso di inadeguatezza come ostacolo, «ma come una condizione propizia per essere discepoli, ancora e sempre discepoli incaricati di propiziare l’incontro e la sequela di Gesù». Nel nostro tempo, ha proseguito, è diffuso lo scoraggiamento di chi rinuncia a cercare Dio o lo plasma a propria immagine. Per questo i nuovi sacerdoti «sono incaricati di testimoniare che chi vede il Cristo vede il Padre: Cristo è tutto per noi, è la verità di Dio, la parola per dare un senso a tutto ciò che esiste». Sono mandati verso «coloro che sono smarriti, che non sanno che cosa fare, dove andare, come vivere in questa complessità scoraggiante» per dire loro che la stima di sé non si alimenta nell’illusione di essere ineccepibili, «ma nella gioia di essere ancora e sempre in un cammino di comunione con Gesù».

IL MOTTO
La frase di sant’Ambrogio tratta dal De Virginitate – «Cristo è tutto per noi» – è stata scelta dalla classe come motto dell’ordinazione. Campeggia, nel loro tableau, sulla foto della grande vetrata centrale dell’abside del Duomo, sotto la quale si è svolta la parte più sacra della liturgia: la cosiddetta “raza”, il sole al centro del vetro, prescelta dai candidati come immagine del loro cammino. Una coincidenza luminosa, resa ancora più bella dalla luce del mattino di giugno che attraversava i colori della Cattedrale.

I GESTI DEL SACRAMENTO E LA PRIMA MESSA
La prostrazione degli ordinandi durante la Litania dei Santi – con l’assemblea in ginocchio e i tredici distesi ai piedi dell’altare e l’imposizione delle mani, nel silenzio assoluto della Cattedrale, hanno segnato il vertice della celebrazione. La vestizione della casula, compiuta da sacerdoti scelti personalmente da ciascun ordinando, ha aggiunto una nota di commossa umanità: abbracci, occhi lucidi, anni di cammino condiviso racchiusi in un gesto semplice. A seguire, l’unzione crismale delle mani, la consegna del calice e della patena e la prima concelebrazione eucaristica con l’Arcivescovo. Dapprima, lo scambio della pace ha permesso ai nuovi preti di raggiungere le famiglie emozionate nelle prime file.

LA CHIESA COME VETRATA, LA FESTA COME DONO
Nel saluto finale Delpini ha offerto l’immagine più bella della giornata: «Una Chiesa colorata come le vetrate del Duomo inondato di luce, una Chiesa giovane, ricca di santi e di tante vocazioni tutte benedette da Dio, una Chiesa antica e nuova dove ciascuno di noi può lasciar passare un raggio della luce di Dio». Fuori dalla Cattedrale, striscioni, cori e il classico lancio in aria dei preti novelli hanno sigillato una giornata che la famiglia del Seminario e la Chiesa ambrosiana porteranno a lungo nel cuore.
A questi tredici fratelli l’augurio sincero: che Cristo sia davvero tutto per voi, ogni giorno, in ogni tabernacolo e in ogni volto che incontrerete.

Tratto dal numero 6-7 (Giugno-Luglio 2026) di “Fiaccola”