Settimana per l'unità dei cristiani

La luce nella Veglia pasquale ambrosiana

Avvicinandoci alla Settimana Santa, ci soffermiamo sulla rinnovata impostazione dei riti iniziali della Veglia pasquale nel Messale ambrosiano, recentemente pubblicato. Si mette infatti in evidenza l’importanza del rito della luce e il suo significato.
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L’esperienza della luce che vince le tenebre, ripetutamente proposta nella dinamica rituale del Triduo pasquale ambrosiano, giunge al culmine nella Veglia pasquale. La tradizione della Chiesa milanese ha da sempre privilegiato, rispetto alla benedizione del fuoco, quella di un lume. Del resto, in apertura di tutti i riti vespertini è sempre posta in evidenza la lampada, dalla quale si trae la fiamma per accendere i ceri. Si comprende, in tal senso, la rinnovata impostazione dei riti iniziali della Veglia nel Messale ambrosiano recentemente pubblicato che, pur non escludendo la preparazione del fuoco in un luogo adatto, orienta a concepirlo semplicemente come la sorgente dalla quale trarre la fiamma per l’accensione del lume, su cui viene poi invocata la benedizione:
Signore, Dio nostro, luce perenne, benedici questo lume; come il volto di Mosè per la tua presenza divenne raggiante, così rifulga su noi lo splendore di Cristo, vera luce del mondo, e ci sia dato di camminare sulle strade della vita come figli della luce verso il tuo regno eterno.
Le rubriche segnalano come alternativa la possibilità di attingere la fiamma da quella che arde dalla sera del Giovedì Santo presso il luogo della riserva eucaristica.

LA PROCESSIONE
Il lume benedetto apre la processione, che deve avvenire con il cero pasquale spento e con i cantari spenti, lasciando la chiesa in penombra, come accade all’inizio di ogni rito della luce vespertino.
Il Messale propone un testo per accompagnare questa processione, facilmente eseguibile con una melodia nota per esempio quella del canto Tu fonte viva): le sue strofe non anticipano i temi del lucernario vero e proprio, costituito dal Preconio; insistono piuttosto sulla tensione escatologica che contraddistingue la Chiesa mentre è protesa a rivivere in modo del tutto singolare la risurrezione di Cristo. La Sposa, infatti, dopo aver partecipato con interiore commozione agli eventi ultimi della vita terrena dello Sposo e aver sostato, attonita e spoglia di ogni ornamento, di fronte al dramma consumatosi sul Calvario, facendo memoria della sepoltura e poi della custodia del sepolcro, è rimasta in trepida attesa dell’annuncio pasquale. È significativo, dunque, che l’ingresso sia accompagnato da questo canto:
Notte di attesa, notte di speranza; presto il Signore busserà alla porta. Canta la Chiesa, popolo che annuncia l’alba serena!
Questa è la notte chiara come il giorno: lieti, andiamo incontro al Signore; voci di gioia scendono dall’alto: viene lo Sposo!
Gloria al Padre, fonte della vita, gloria al Figlio, vittima d’amore, gloria allo Spirito, forza che feconda: canta ogni voce!

Giunta la processione all’altare, prima del Preconio chi presiede rivolge al popolo, come in ogni celebrazione vigiliare, il saluto «Il Signore sia con voi» (Dominus vobiscum è la più antica formula di apertura delle liturgie cristiane). Dopo la monizione introduttiva inizia il solenne Preconio, grande lucernario della Veglia, ora cadenzato dalla progressiva illuminazione della chiesa. Interrompendo una prima volta il canto quando giunge alle parole «Ecco: in questa notte beata la colonna di fuoco risplende…», il diacono attinge la fiamma dal lume benedetto e accende il cero pasquale (se il Preconio è cantato da un laico, il gesto compete al sacerdote che presiede).
In un secondo momento, quando si accinge a cantare: «Questa notte dobbiamo attendere in veglia che il nostro Salvatore risorga. Teniamo dunque le fiaccole accese… », il diacono (se il Preconio è cantato da un laico, anche in questo caso il gesto compete al sacerdote che presiede) accende i candelieri sorretti dai ministri; vengono accesi poi tutti gli altri ceri.

IL CERO PASQUALE
Un opportuno ritocco della parte conclusiva del Preconio ha migliorato la traduzione dell’espressione latina lumen vespertinum, con la quale è indicato il cero pasquale. Segno della luce spirituale che sostiene l’attesa e guida il cammino dei credenti verso l’incontro con il Signore, il cero non è, infatti, nella Veglia ambrosiana diretto simbolo del Cristo risorto come nel rito romano, bensì immagine della colonna di fuoco che precedeva il popolo nella notte e della stella che ha guidato i Magi verso la Luce vera, secondo le espressioni che ricorrono nella sezione conclusiva dello stesso Preconio, vera e propria sintesi del programma rituale della “madre di tutte le veglie”:
Come la stella, guida dei Magi, ci precede questo lume acceso nella sera (lumen vespertinum). Si attende poi l’annuncio della risurrezione di Cristo che il sacerdote con apostolica voce a tutti proclama.
E come l’onda fuggente del Giordano consacrata dal Signore immerso, ecco, per arcano disegno l’acqua fa nascere a vita nuova. Infine, perché tutto il mistero si compia, il popolo dei credenti si nutre di Cristo.

Le letture veterotestamentarie preparano al triplice annuncio della risurrezione, che echeggia nelle tre letture del Nuovo Testamento: si entra così nella solenne Eucaristia pasquale, durante la quale i catecumeni ricevono il sacramento del Battesimo e, uniti ormai agli altri fedeli che ne fanno grata memoria, si comunicano al Corpo e al Sangue di Cristo, perché tutto il mistero raggiunga il suo compimento.

Tratto dal numero 3 (Marzo 2025) di “Fiaccola”